Fotografare meno per vedere di più
Quando ho abbassato la macchina fotografica, ho cominciato a vedere davvero. E ho scoperto che alcuni ricordi non si stampano, si tengono dentro.
Per anni ho fotografato tutto. Ogni piatto, ogni tramonto, ogni cartello stradale, ogni gatto che incrociavo. Tornavo a casa con milleduecento foto, e di quelle ne rivedevo forse venti. Le altre stavano lì, in una cartella del computer che chiamavo "Da sistemare" e che non ho mai sistemato. Ho fotografato tanto perché avevo paura di dimenticare. Credevo che l'immagine fosse l'unico modo per trattenere un luogo, una sensazione, un momento.
Poi, in un viaggio a Malta, ho passato un pomeriggio intero senza scattare una foto. Avevo la batteria scarica e non avevo il caricabatterie in borsa. All'inizio mi sono agitato. Poi mi sono arreso. Ho camminato per La Valletta con le mani in tasca, guardando le cose senza cercare l'inquadratura giusta. Ho visto tutto diversamente. I dettagli che mi erano sfuggiti. La luce che cambiava lentamente. Le facce delle persone. Il rumore del mare. Alla sera, a cena, ho raccontato a Ilaria quello che avevo visto, e mi sono accorto che lo ricordavo meglio delle foto che avevo scattato nei giorni prima.
Oggi fotografo poco. Qualche scatto al giorno, giusto per fissare un colore o un'espressione. Il resto me lo tengo dentro, nella memoria imperfetta e per questo più preziosa. Perché certe cose non vanno stampate. Vanno vissute, una volta, e poi lasciate andare. Le foto che contano non stanno nel telefono. Stanno in quel posto strano della testa dove conservi i ricordi belli.