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Parlare senza lingua in comune: il linguaggio che funziona sempre
Ilaria

Parlare senza lingua in comune: il linguaggio che funziona sempre

Quando le parole non bastano, arrivano i gesti, i sorrisi e quella pazienza che ti fa capire più di qualsiasi dizionario.

A Nosy Be abbiamo conosciuto un pescatore di nome Tovo. Non parlava una parola di italiano, e il mio inglese è quello che si fa capire, ma fino a un certo punto. Eppure, in tre ore passate sulla sua barca a motore, ci siamo detti cose che non dimenticherò mai. Con le mani, con gli occhi, con sorrisi che non avevano bisogno di traduzione. Lui indicava il mare, poi alzava le braccia come a dire "tutto questo è nostro", e io annuivo. Senza parole, ma capivo tutto.

I bambini non hanno paura di non capirsi. Noi e Tovo abbiamo comunicato con i gesti: un polpo tirato su dall'acqua, un pesce palla gonfiato, una conchiglia messa nell'orecchio per sentire il mare. Ridevano, si guardavano, si passavano oggetti senza mai scambiarsi una frase intera. È stato in quel momento che ho capito quanto sia ridicolo preoccuparsi della lingua quando si viaggia. Si comunica lo stesso, spesso meglio.

Alla fine della gita, Tovo ci ha regalato un braccialetto di conchiglie. Non c'era un perché, nessuna occasione. Solo un gesto. Due sconosciuti in mezzo al mare, con lingue diverse, che si sono capiti perfettamente. Da allora, quando qualcuno mi dice: "Ma non parlo inglese, come faccio a viaggiare?", penso a Tovo e sorrido. Le parole servono per le informazioni. Per tutto il resto, bastano gli occhi.