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Il quaderno di viaggio: due righe prima che il ricordo svanisca
Ilaria

Il quaderno di viaggio: due righe prima che il ricordo svanisca

Ogni sera scrivo due righe su un quaderno. Non è un diario. È un tentativo di fermare il tempo prima che diventi solo un'altra foto nel telefono.

Ho sempre portato un quaderno in viaggio. Non un diario, non una lista. Un quaderno qualsiasi, comprato all'ultimo minuto in edicola, dove scrivo due righe ogni sera prima di addormentarmi. Cose stupide, spesso. Il nome del bar dove abbiamo fatto colazione, il rumore che faceva il ventilatore nella stanza, una frase sentita per strada che non capivo ma che mi era rimasta in testa. Non cerco la prosa, cerco di fermare il tempo prima che diventi un ricordo confuso.

A Zanzibar, una sera, ho scritto: "Un bambino mangiava un mango intero. Il succo gli colava sulle dita, e rideva con la bocca aperta. Un signore con il turbante gli ha insegnato a dire 'asante'." Sei mesi dopo, rivedendo quelle righe, ho ricordato tutto: il sapore dell'aria salata, il colore del tramonto, il suono della sua risata. Senza quelle parole, il dettaglio sarebbe scomparso, inghiottito da mille altri ricordi più forti.

Il quaderno non lo faccio vedere a nessuno. Non è per gli altri. È per me, per quando torno e la vita quotidiana rischia di coprire i colori del viaggio. A volte lo riapro, leggo una pagina a caso, e per un attimo sono di nuovo lì. Sento il caldo, l'odore, la stanchezza buona della sera. Non serve una bella scrittura. Servono le parole giuste, quelle che sanno fermare un attimo. E poi lasciarlo andare, perché tu possa ritrovarlo quando vuoi.