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Il quaderno di viaggio: due righe prima che il ricordo svanisca
Ilaria

Il quaderno di viaggio: due righe prima che il ricordo svanisca

Ogni sera scrivo due righe su un quaderno. Non è un diario. È un tentativo di fermare il tempo prima che diventi solo un'altra foto nel telefono.

Ho sempre portato un quaderno in viaggio. Non un diario, non una lista. Un quaderno qualsiasi, comprato all'ultimo minuto in edicola, dove scrivo due righe ogni sera prima di addormentarmi. Cose stupide, spesso. Il nome del bar dove abbiamo fatto colazione, il rumore che faceva il ventilatore nella stanza, una frase sentita per strada che non capivo ma che mi era rimasta in testa. Non cerco la prosa, cerco di fermare il tempo prima che diventi un ricordo confuso.

A Zanzibar, una sera, ho scritto: "Un bambino mangiava un mango intero. Il succo gli colava sulle dita, e rideva con la bocca aperta. Un signore con il turbante gli ha insegnato a dire 'asante'." Sei mesi dopo, rivedendo quelle righe, ho ricordato tutto: il sapore dell'aria salata, il colore del tramonto, il suono della sua risata. Senza quelle parole, il dettaglio sarebbe scomparso, inghiottito da mille altri ricordi più forti. Durante il nostro viaggio a Zanzibar, quel quaderno è stato il mio salvagente per non perdere i dettagli più autentici.

Ho un metodo ben preciso. Porto con me un quaderno piccolo, formato A5, che sta in qualsiasi tasca. Scrivo solo su una facciata, lasciando l'altra libera per incollare biglietti, scontrini o foglie secche. La penna è importante: una a sfera comune, perché non si secca e scrive su qualsiasi superficie. Ogni sera, prima di crollare, mi impongo cinque minuti di scrittura. Non di più. Il tempo è poco e la stanchezza tanta, ma cinque minuti si trovano sempre.

Cosa scrivo? Dettagli sensoriali: odori, suoni, temperature. "Il vento caldo che arriva dal fiume", "il rumore del ghiaccio nei bicchieri di thè", "le mani callose del pescatore che ci ha venduto il polpo". Niente emozioni astratte, niente riflessioni filosofiche. Solo fatti, suoni, immagini. Perché sono quelli che innescano il ricordo, quando rileggi dopo mesi. Non serve ricordare cosa provavi. Basta ricordare dov'eri e cosa succedeva intorno a te. Il resto viene da sé.

Un'altra tecnica che ho affinato negli anni è quella delle "liste brevi". Ogni sera, prima di scrivere i dettagli, mi impongo di elencare tre cose successe quel giorno: una che ho visto, una che ho mangiato, una che ho sentito. A Bangkok ho scritto: "Visto: un monaco buddista che saluta un'anziana signora. Mangiato: pad thai da un carretto, piccante come non mai. Sentito: una canzone thai alla radio, con una melodia allegra e triste allo stesso tempo." Queste tre righe, sei mesi dopo, mi hanno riportato esattamente in quel vicolo di Bangkok, con il caldo umido sulla pelle e il rumore del traffico in lontananza. È incredibile come un elenco così semplice possa diventare una macchina del tempo.

Il quaderno non lo faccio vedere a nessuno. Non è per gli altri. È per me, per quando torno e la vita quotidiana rischia di coprire i colori del viaggio. A volte lo riapro, leggo una pagina a caso, e per un attimo sono di nuovo lì. Sento il caldo, l'odore, la stanchezza buona della sera. Non serve una bella scrittura. Servono le parole giuste, quelle che sanno fermare un attimo. E poi lasciarlo andare, perché tu possa ritrovarlo quando vuoi.

Portare un quaderno di viaggio è un gesto che va preparato. Ti consiglio di scegliere un zaino da viaggio con uno scomparto dedicato, così il quaderno è sempre a portata di mano senza dover svuotare tutto. E se la sera sei troppo stanco per scrivere, un Kindle ti permette di leggere le storie di altri viaggiatori mentre le tue si posano sulla carta. Ma attenzione: leggere è bello, scrivere è necessario.

Un'altra idea che ho sperimentato è il "quaderno a tre colonne". Divido la pagina in tre sezioni: luoghi, persone, emozioni. In ogni sezione scrivo una parola o una breve frase. Alla fine del viaggio, sfoglio e vedo il paese che ho visitato attraverso tre lenti diverse. A Malta, per esempio, la colonna "persone" era piena di nomi di baristi e pescatori, mentre "emozioni" conteneva parole come "caldo", "speziato", "vento". Ogni parola è un gancio a cui appendere un ricordo.

La chiave è la costanza. Anche nei giorni più stanchi, anche quando hai voglia solo di chiudere gli occhi, quei cinque minuti di scrittura sono un investimento sul futuro. Perché il viaggio finisce, ma il quaderno resta. E aprire quelle pagine dopo un anno è come fare un secondo viaggio, gratis.

Domande frequenti

  1. Che quaderno usare per il diario di viaggio? Scegli un formato A5, con copertina rigida e carta spessa (almeno 100 g/m²). Deve resistere a borse, zaini, e a un po' di maltrattamenti. Moleskine o Leuchtturm sono ottimi, ma anche un quaderno da edicola va bene.
  2. Quanto tempo dedicare alla scrittura ogni giorno? Cinque minuti sono sufficienti. Non servono pagine e pagine. Due o tre dettagli sensoriali e un fatto concreto. Se non hai tempo, scrivi tre parole: "mercato, rumore, mango". Ti basteranno per ricordare.
  3. Meglio cartaceo o digitale? Cartaceo, sempre. Il digitale si fa fatica a rileggerlo, è pieno di distrazioni, e la batteria si scarica. Un quaderno non ha bisogno di corrente e si apre in qualsiasi momento.
  4. Cosa fare se si perde il quaderno? Fotografa le pagine più importanti ogni sera con il telefono. Io lo faccio come backup, ma niente batte la sensazione di sfogliare le pagine originali, con gli schizzi di caffè e le pieghe degli angoli.

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