Vai al contenuto principale
Ubud: il silenzio che sa di giungla
Andrea

Ubud: il silenzio che sa di giungla

Ubud non ti accoglie, ti assorbe. Tra risaie, templi e il suono della foresta, il racconto di un posto dove il tempo ha un altro passo.

Ubud non ti accoglie, ti assorbe. Arrivi che sei ancora nel frastuono del traffico di Denpasar, con lo scooter che ti sfreccia accanto e l'odore di nasi goreng che si mescola ai gas di scarico. Poi, a un certo punto, la strada si stringe, il verde si alza intorno e il rumore cambia. Non è più clacson e motori. È fruscio di palme, cicale, e l'acqua che scorre nei canali delle risaie.

Noi abbiamo scelto Ubud come seconda tappa del nostro viaggio a Bali, dopo qualche giorno di mare a Sanur. Non sapevamo cosa aspettarci. Tutti parlano del turismo di massa, degli influencer che posano nei resort con piscina a sfioro, delle file per entrare nei templi. E in parte è vero: Tegallalang, al tramonto, è una processione di selfie stick. Ma se ti alzi alle sei del mattino, quando la nebbia si alza ancora sulle terrazze di riso, il posto ti restituisce la sua anima vera. Le risaie sono verdi in un modo che sembra irreale: una gradazione talmente intensa che quasi ti acceca. I contadini ci sono già, chini sull'acqua, con il cappello di paglia che si muove lento. Non ti guardano. Lavorano e basta. E tu, da turista, ti senti un intruso, ma allo stesso tempo privilegiato di vedere qualcosa di autentico.

Poi c'è la foresta delle scimmie. Puoi leggerne in tutte le guide, puoi vedere i video, ma non ti prepara a camminare in quel groviglio di radici antiche, con centinaia di macachi che ti saltano sopra la testa. C'era chi era terrorizzato all'inizio, poi ha visto un cucciolo aggrappato alla pancia della madre e ha cominciato a ridere. La natura, qui, è talmente potente da togliere il respiro. Ogni tempio ha incenso, fiori di loto e un silenzio che sembra pregare per te.

Non dimenticherò mai la sera in cui siamo saliti al Creya Agung, un tempio sulla collina. C'era un rituale induista, con le donne vestite di bianco che offrivano canestri di fiori e riso. Il suono dei gamelan si mescolava al vento e alla voce di un sacerdote anziano. Si è addormentato tra le braccia di Ilaria, cullato da quella melodia antica. Io sono rimasto a guardare il sole che scendeva oltre le risaie, e per un attimo ho capito cosa significa il silenzio che parla. Ubud non è una meta. È uno stato d'animo in cui perdersi per ritrovarsi, tra una risaia e un sorriso.